Prefazione
…ovvero ciò che desideriamo dire al termine di questa bella avventura, la rassegna
“Ri...trovare
la Luce”
Vogliamo complimentarci
di tutto cuore con i partecipanti alla rassegna: hanno dimostrato grande perizia
stilistica, fine sensibilità nell’esporre sentimenti ed esperienze toccanti,
acuta intelligenza nell’affrontare tematiche complesse e, soprattutto, una
intensa voglia di mettersi in gioco ed un lodevole coraggio nel voler rendere
partecipi alte persone di emozioni nate dal cuore.
La lettura in gruppo, ad alta voce, delle singole opere, ci ha riservato
momenti davvero intensi, che ci hanno fatto esclamare: “ne è valsa la
pena!”. Auspichiamo che ogni persona che leggerà questi lavori possa dire lo
stesso.
Vogliamo ringraziare
tutti coloro che, nel corso della realizzazione del progetto hanno
offerto aiuto, simpatia, appoggio, interessamento e tempo. E’ più bello
lavorare quando ci si sente circondati da persone amiche.
Speriamo
che la buona riuscita della rassegna convinca anche chi è stato scettico
riguardo il nostro operare (non molti per fortuna!).
Lavorando insieme e mettendo a frutto fantasia ed entusiasmo, ci
auguriamo di aver realizzato qualcosa di bello
per noi, per i partecipanti, per l’oratorio, per Alzano, per la
cultura!
Ci scusiamo se tutto non è stato perfetto, se ci sono state sbavature e
disattenzioni ma… è la nostra prima volta!
Per concludere vorremmo dire che le porte del Lab’Oratorio sono aperte
per chiunque abbia idee e voglia di fare!
Gruppo
“Lab’Oratorio”
| Conosci
te stesso...
- Senza titolo
- Senza titolo
|
La
spiritualità del futuro...
- Parole e Parola |
Tornare
ad aprirsi alla vita...
- Risurrezione
|
Conosci te stesso.
Molte volte nella vita si indossano delle maschere
che si mettono o si tolgono
a secondo della circostanza.
Posso recuperare il volto sotto la maschera?
Se qualcuno leggesse il suo animo,
ora, troverebbe solo confusione,
sentimenti strappati e accartocciati,
morali abbandonate e
istinti ascoltati.
Niente rimpianti,
solo tormenti
e tanta voglia
di ritrovare la luce.
Sara Airoldi
Festa di San Martino
Festa:
campane che squillano,
gente che viene, gente che va,
vestita a nuovo,
sul volto il sorriso.
La nebbia ... strano! Quest’oggi non c'è,
fuori, dico, dentro sì.
La via è colma di bimbi gioiosi,
di luci, colori, palloni che volano.
Nel mezzo mi sento più sola che mai.
Che fare?
Esser triste?
La gente non sa,
non le importa.
Meglio, quindi, mostrare la faccia da festa,
l'altra è a casa che aspetta!
Elisabetta Antonangeli
Andare
contro corrente.
Di fronte ad un bivio,
scelgo la strada più frequentata e semplice
o la via solitaria e tortuosa del giusto?
Sono solo lacrime di inchiostro,
ambizioni scolorite dalla realtà,
pretese precoci all'errato posto,
ma tanta voglia di libertà.
Sara Airoldi
Tu vedi
una matita non può descrivere una vita
e in quello che si scrive io sopravvivo
come nessuno
come qualcuno che è niente perché non sa di toccarti.
lo pretendo di capire come si muove il mio sole
nelle verità facciali e come quando muore in una parola
ascoltando il mio corpo,
baciandoti con il respiro.
Sopra ogni luce .... torna nel mio sole
come una volta in due
Io venivo da lontano per conoscerti
e ho smesso di amare conoscendoti nel sole.
Non capisco
ogni volo su se stesso è spezzato
come una mano che tende a mostrare il cielo
e la realtà, bagnata dal sole, mostra ogni cosa ogni cosa
che viene da te
come una pioggia fresca di luce
che bagna prima la terra e poi il mio sole.
Sopra ogni luce .... torna nel mio sole
come una volta in due
Io venivo da lontano per conoscerti
tu mi hai preso dal sole come una goccia di pioggia.
E ora il volo è un vincita su se stessi
E ora il volo fa respirare la vita
la fa respirare insieme a un'altra.
Un incontro che lascia ogni pretesa dì capire
un giorno..... ogni cosa che viene da te
Sei tu .... il sole nella pioggia
Giovanni Carrara
Andare controcorrente
Cosa vuol dire questa affermazione?
Vuol dire fare sempre il contrario di quello che la maggior parte delle persone ritiene giusto?
Vuol dire fare sempre il diverso per attirare su di sé l'attenzione generale?
No!
Andare controcorrente vuol dire saper difendere le proprie convinzioni con valide argomentazioni, con calma e sicurezza.
Vuol dire cercare di convincere con il dialogo della validità dei propri argomenti, proponendo all'interlocutore una via per capire e accettare quello che si ritiene giusto.
Soprattutto vuol dire non aver paura di esprimere le proprie idee, anche quando si sa che non sono quelle delle persone che stanno accanto.
In particolare, per i giovani credenti vuol dire affermare con sicurezza ed in ogni circostanza la propria fede in Cristo, senza aver timore di essere scherniti o non ascoltati, o, peggio, insultati.
Vuol dire cercare di far capire agli altri la gioia del messaggio di Cristo.
In una società come quella di oggi, dove Dio è spesso dimenticato, ignorato o abbandonato, andare controcorrente significa affermare la propria fede e ricordare a chi non ha più fede che Lui c'è e ci aiuta.
Marco Gnecchi
La spiritualità del
futuro:
è ipotizzabile lo sviluppo individuale
o sociale di una nuova spiritualità,
più profonda,
sulla base delle molteplici suggestioni culturali
della nostra epoca,
come l’incontro con popoli lontani,
il recupero di un’antica cultura di magia,
la maggiore attenzione
all’esperienza del divino o del maligno?
Parole e Parola
Sono usate
consunte
svuotate
esaurite
di senso private,
foglie stanche
staccate dai rami
che discendono lente
per terra…
"Ed ancora
chiedete parole,
nel duemila
parole
a un poeta?"
Già da tempo
è ferito il suo cuore
e nel lago dell'anima
in pena
disperato
ricerca una luce
come al tempo
d'infanzia lontano…
ma sovviene
alla mente stranita
quella sola Parola
che è vita…
Parola
Provata col fuoco
quella eterna
che sola
non passa
come pioggia che scende
e disseta
come neve
che dolce protegge
come il grande
tesoro cercato
come il bene
da sempre sperato…
Ed è il Padre
che il mondo ha creato
ed è il Figlio
che tutti ha salvato
ed è ancora
per tutti
ed ognuno
vivo Spirito Santo l'amore…
lieto annuncio
beato chi ascolta:
"La Parola
da morta
è risorta
Natale Berbenni
Spirito
Spirito assopito
in una segreta e sigillata caverna
Dono gratuito che arriva premendo
i cui poteri inattivi
riposano dentro l'essere umano...
Tu fai del miracolo un'azione ordinaria
e la visione intima
non attende il pensiero
con uno sguardo circondi l'intera natura
e scruti nel sé reale
tutte le cose
non più ingannato dalla forma
Tu vedi l'anima.
Anonimo
Oltre la soglia del bosco
ho smarrito il mio flauto.
Occhi obliqui
s’accendono nel buio
e poi smarriscono.
- Non suoneremo i tuoi sogni-
- Non suoneremo parole umane-
Dal bosco stregato
l’acuto richiamo
di un flauto incantato.
Rosalba Martinelli
Verso la Luce
Luce
che abolisci
le convenzioni dei concetti
che strappi tutte le grigie inibizioni
e infrangi il duro lucido coperchio dell'intelletto
per guidarci
verso la Verità indivisa
fuori dall'apprendistato dell'Ignoranza:
allora la mente ristretta
diverrà sconfinata Luce
e brillerà l'Aurora
di un giorno Spirituale
Anonimo
Guarda!
con quali braccia di luce
ti sfioro nel cuore.
Ascolta!
Un’onda di luce
risuona tra noi
che fluttuiamo,
immemori,
verso il mare di fuoco.
Rosalba Martinelli
Il girasole
Il girasole dai cento petali era nato dal sole e si ergeva su una terra fredda e brulla.
Cento petali lo vestivano e cento semi dorati maturavano nel suo cuore.
Un filo invisibile lo legava al sole.
I1 suo sguardo lo seguiva nelle strade del cielo e in lui rifletteva la propria immagine.
Venne il vento del nord che come un mulinello offuscò i suoi occhi.
La luce del sole era scomparsa, immagini spezzate, brandelli di vento lo stordivano e confondevano la sua anima e i suoi occhi.
Dov'era?
Erano sue le braccia avvinghianti del vento?
Erano suoi i petali gialli che straziavano la sua corona?
Invano scrutava oltre le nuvole una traccia di luce dorata.
Invano chiedeva alla terra di fermare e riposare il suo girotondo.
Il piccolo sole era in balìa di forze sconosciute e, ad ogni sospiro, affidava al vento un petalo giallo.
Un petalo fu inghiottito dalla terra, che lo serbò nel suo seno per scrutarlo.
Era fatto del respiro del sole e, nella scura terra si sciolse in mille pagliuzze d'oro.
Scivolava quella calda luce nelle vene della terra, che si illuminava e inturgidiva i semi in lei addormentati.
Mille e mille vite si celavano nel suo grembo, aspettavano quel frammento di sole per rifiorire.
La terra brulla sorrise e cento e cento fiori sorrisero con lei.
I1 sole cercava la propria immagine sulla terra ...
il fiore dal cento petali girò il capo verso di lui...
e un filo invisibile li legava...
Rosalba Martinelli
Non so se sia la strada giusta, ma se dovessi spiegare cosa
è l'anima e la spiritualità ad un bambino userei la metafora del seme.
Anche Gesù nei Vangeli sfrutta questo paragone e quindi forse non è del tutto
sbagliata.
Comincio con l'associare al nome anima il nome di seme.
L'uomo è come una bella mela succosa che gelosamente, lontana da occhi
indiscreti, nasconde la sua anima, il suo nocciolo.
La pianta che può nascere dal nostro seme è la spiritualità, la fede.
Fin qui è tutto semplice, allora complico le cose: l'ambiente, l'educazione
civile e religiosa di una persona sono il terreno di coltura, le parole
predicate e imparate sono il fertilizzante e l'acqua necessari per la vita della
piantina-spiritualità.
Tutti sanno che un alberello per crescere ha bisogno di entrambi e in misura
appropriata. Se si esagera con l'acqua la piantina muore, così se si esagera
con le parole si può arrivare al fanatismo, ai sacrifici umani in massa.
Anche il terreno è importante. Un cactus al polo nord ha vita breve e così il
cambiamento di paesi e di abitudini può danneggiare la pianta della fede se non
è forte e ben radicata.
Proprio le radici devono essere robuste e soprattutto mai potate. Non si può
pretendere di cambiare o peggio imporre le proprie radici ad altri.
Per riassumere e tirare un pò le fila del discorso: penso che ampliare la
propria spiritualità sia possibile, sempre che questa sia ben salda, e che
comunque nell'aprirsi a nuovi pensieri si assuma un atteggiamento critico.
E' notare che non tutto può essere compatibile con la nostra anima.
La ricchezza di un uomo è nel suo essere unico e diverso dal resto dei suoi
simili. L'omologazione non può far bene a nessuno. Bisogna imparare ad
apprezzare la diversità e a condividerla con altri attraverso il dialogo e il
confronto.
Ogni uomo diventa così alunno e professore, non si insegna mai abbastanza e non
si impara mai abbastanza.
Chissà che tra un pò di anni non si vedano tanti alberi di specie diversa con
meravigliosi fiori che inebriano l'aria con le loro fragranze profumate!
Madaschi Flavia
Maggio 1999
Tutti i suoi pensieri rivolti alle mille cose da fare: il lavoro, la spesa, i bambini, l'affitto ...
Non vide nulla di ciò che la circondava solo i gradini
saltati due a due. Con respiro affannoso finalmente si arrestò. Varcò la porta
di vetro. Nella penombra figure ricurve di persone anziane si, muovevano lente.
Piccoli passi incerti. mani tremanti; occhi ingialliti e vitrei si posavano su
di lei. Avvertì la sensazione di disagio di quando si è osservati con
insistenza.
Da una stanza vicina un sottofondo sonoro di preghiere e rosari. Dalla mensa:
piatti, lavastoviglie e bicchieri aromi di minestrine e carni lessate. Nell'aria
però anche un odore indefìnito. Indefinito come lo sono i medicinali, i
disinfettanti, le malattie, l’anzianità: le membra degli ospiti delle Case di
Riposo “Martin Zanchi” emanavano un’essenza di obito. Esalavano il loro
destino imminente.
Presenze grigie fantasmi di una gioventù svanita additavano Madre Terra. Chi
era il prossimo destinato? Chi se ne sarebbe andato per sempre? Talvolta il
cielo li accompagnava nel dolore. Grigi nembi riversavano pioggia sulle corone
di fiori, sulle fioche lampade tombali, sugli spogli roveti. Il cancello si
spalancava, la Terra accoglieva il figlio che da troppe stagioni non
abbracciava. L'avrebbe nascosto e protetto. Tenuto per sempre con sé. Come una
genitrice morbosa e possessiva reclamava la sua creatura s’apprestava ad
inghiottirla sino, a fondersi con essa; e prima di richiudere le sue possenti
fauci per l'eternità, rammentava a tutti gli spettatori l'analogo destino.
Un rumore famigliare la distolse da quei pensieri. Laggiù dal fondo del
corridoio, intravide la figura della nonna. Le venne incontro sulla sedia a
rotelle che essa stessa spingeva a forza di braccia. Quelle stesse braccia che
per quarant'anni avevano spinto grandi telai di legno, che avevano stretto figli
e nipoti, che avevano aspettato, che avevano accolto. Braccia che si erano
offerte nell'aiutare qualcuno, che talvolta si erano allargate con rassegnazione
o alzate in segno di resa, che si erano gettate al collo con effusione ... Ma,
che ora, doloranti e deboli, si sarebbero fermate per sempre.
Come avrebbe voluto arrestare lo scorrere del tempo, fermare quella successione
continua di eventi, in cui variano le cose, ma che ha e avrà per sempre,
quell'unica direzione. Un'inversione temporale, fissare quegli istanti dove
forza e bellezza accompagnavano sua nonna. Già, sua nonna Elena il cui nome
richiamava i raggi del sole, caldi e vibranti come oro fuso. Il cui verde degli
occhi evocava cangianti smeraldi. Da quelle finestre preziose un fascio di luce
si irradiava sul conoscere...
Ma ora? Dove si è smarrito quel verde? Forse si è disciolto nelle fronde degli
alberi. Forse è diventato, speranza. Forse si è dissolto con la nebbia del
mattino.
Forse... ed il nero corvino delle lunghe trecce? Lunghe e robuste come redini di
cavallo. Due strisce di cuoio attaccate al morso del destriero. Condotto in quel
luogo ove cielo e superficie terrestre si fondono.
Guidato nell’orizzonte laddove si amalgamano: il rosso dell’amore, il bianco
della purezza, il verde della speranza, il viola della penitenza, il nero del
lutto. Diretto verso i colori della vita.
I capelli canuti raccolti, solo quelli vedeva mentre le spingeva la sedia a
rotelle nel lungo corridoio. Dalle lunghe ed esili trecce imbiancate dal tempo
un sottile capello se ne andò. Cominciò a volteggiare nell’aria satura dei
corridoi, delle stanze, della mensa. Seguì la lieve corrente d’aria fresca
proveniente dalla porta di vetro. La varcò. Piroettò libero e leggere, sopra i
gradini, il viale sterrato, il giardino di maggio: verdi foglie, rosse rose,
profumi inebriante, sottofondi di insetti, raggi di sole ...
Centinai, migliaia di capelli canuti, solidificati in forma di cristalli
regolari, soffici e candidi, precipitaronon su Madre Terra. Si fusero con essa.
Imbiancata e canuta, silente e addormentata. Nuovamente cangiante e colorata in
primavera. Poi di nuovo bianca. Poi di nuovo colorata. Bianca. Colorata. Bianca
...
Elena Virna
L'uccello azzurro
Quando l'uccello azzurro cantava l'aria si increspava e
bollicine d'aria nuotavano vorticosamente per creare mondi fantastici. Si
spargevano, quei mondi, come bolle di sapone nello spazio.
Sette giorni durò il canto, poi l'uccello dispiegò le ali e colorò il cielo
d'azzurro. I nuovi mondi spalancarono gli occhi e con loro le mille creature che
in essi dormivano.
I1 primo di questi mondi era fatto di luce, il secondo di fuoco, il terzo di
aria, il quarto di acqua, il quinto di terra, il sesto di pietra, il settimo di
buio. L'uccello azzurro volle visitarli e partì per conoscerli.
I1 mondo fatto di luce era un globo di color bianco. I suoi abitanti non avevano
alcuna forma ne consistenza, erano luminosi come il pianeta che li ospitava.
Quando si incontravano si compenetravano l'un l'altro, intensificavano le loro
luci e spargevano scintille rutilanti.
Gli abitanti del mondo del fuoco erano simili a sottili e lunghe fiamme.
Guizzavano nell'aria e si intrecciavano tra di loro accendendo grandi fiamme dal
cuore azzurro e dalle vesti d'oro.
Nel terzo mondo, che era fatto di vento l'uccello azzurro si riposò tra le
braccia dei suoi abitanti invisibili, che lo cullarono giusto il tempo per
riposarsi un po'. Quegli esseri d'aria correvano in tondo formando mulinelli di
vento o si libravano quietamente sopra il loro pianeta formando strati di cieli
smeraldini.
I1 quarto mondo era fatto solo di acqua, e di acqua erano i suoi abitanti, che
avevano un aspetto appiattito e multiforme come l'acqua che scorre su uno
specchio e si allarga all'infinito. Una forza invisibile li tratteneva vicino al
loro pianeta, dal quale non si staccavano mai.
I1 quinto mondo era il più consistente e solido. L'uccello azzurro vi atterrò
con le ali ripiegate e vi riposò per un certo tempo. Gli abitanti di quel mondo
correvano in ogni direzione per esplorarlo ed erano fatti di materia pesante,
come la terra dalla quale erano nati. Quando si incontravano lanciavano dei
suoni che rimbalzavano tra di loro modificando la loro forma e il loro
comportamento.
Il sesto mondo era immobile e silenzioso. I suoi abitanti erano incastonati su
una superfici fredda e solida. I loro corpi avevano forme geometriche e
brillavano dei colori rosso, azzurro, giallo, verde, viola.
Non conoscevano il mondo sul quale vivevano non potevano muoversi, ma la purezza
dei colori consentiva loro di rispecchiare il cielo il quale, a sua volta,
rispecchiava il mondo sottostante. Potevano cosi vedere il pianeta che li
racchiudeva. Restava ancora un mondo, ma quello era lontano e buio, tuttavia, il
settimo giorno, l'uccello azzurro lo raggiunse.
Lì c'era un buio, vuoto circondato da un anello di luce d'argento. Era il mondo
del silenzio, nel quale si erano formati tutti gli altri mondi. In quel luogo il
canto dell'uccello aveva cerchiato con un filo d'argento questo oscuro vuoto,
nel quale fremevano impulsi di vita, impercettibili vibrazioni, oscuri lampi di
luce. Qui l'uccello azzurro ritrovò l'inizio del suo canto, poi partì portando
negli occhi le immagini dei suoi mondi. Se ne stava silenzioso l'uccello
azzurro, qualcosa mancava nel suo cuore; li c’era prima il suo canto che era
fuggito lontano. Si senti solo, allora aprì il suo becco ed emise un suono
silenzioso che raggiunse ogni angolo dello spazio.
Ubbidirono a quel richiamo i sette mondi che ruotarono vorticosamente
increspando l'aria intorno e volarono verso colui che cantava. I sette mondi
ritornarono quelli che erano all'origine, dei suoni melodiosi che un giorno
l'uccello aveva cantato lo spazio del suo cuore era ora ricolmo di quel canto
che era parte di lui. Ora era completo.
Per sette giorni ascoltò dentro di sè quelle melodie che gli narravano di
mondi lontani, poi, il canto risalì attraverso la gola... l'uccello azzurro
aprì becco... e riprese a cantare...
Rosalba Martinelli
Febbraio 1913 - Febbraio 1998
Scese le scale con passo pesante finché giunse all'ingresso,
si appoggiò allo stipite della porta di legno e lesse la sua insegna, una
placca d'ottone, su cui era scritto "Helen Riding - Medico
Veterinario". Qui si fermò per la fatica. Era stanca. Guardò il sole
allontanarsi mentre la sera s'impossessava della strada. "Buona sera. Mrs.
Riding, ho visto che ci sono dei nuovi nati." "Oh sì! Tre bei
cuccioli tigrati." "Se non ci fosse lei ad accudire quei randagi,
chissà che fine farebbero; beh, arrivederci."
Il cigolio della bicicletta si portò via Mr. Kaneklin. Abitava in una delle
nuove case gialle, giù, in fondo alla via. Un tempo non c'erano tutte queste
abitazioni, al loro posto grandi campi coltivati e un viale sterrato. Helen lo
percorreva spesso, due volte al giorno, anche quando la neve era alta e fredda
come quella di febbraio, che le pungeva i piedi semiscoperti dagli usurati
zoccoli di legno.
Anche quel giorno, nonostante la stanchezza, affrettò il passo verso casa con
la speranza di trovare un piatto di minestra calda. Avvolta nel suo scialle
grigio, grigio come i suoi giorni gettò uno sguardo sulla casa dei Richardson,
i padroni. La sua famiglia lavorava nei loro vigneti, nelle loro stalle e nelle
loro distese di campi da tempo immemorabile. I canti agresti accompagnavano il
lavoro diurno, la schiena era curva, s'inchinavano d'innanzi al volere della
terra e della natura e mai avrebbero saputo se sarebbero stati ripagati oppure
no. Ma i tempi stavano cambiando, i braccianti lasciavano la terra dei padroni
per piegarsi d'innanzi alla scienza tessile, la grande fabbrica assicurava ciò
che la terra non poteva garantire: la sopravvivenza.
Poco più che dodicenne fu costretta a lavorare con l'assordante rumore dei
telai e quel giorno, come tanti altri, terminato il turno delle ventidue, il
rumore dei suoi zoccoli di legno l'accompagnava sulla via del ritorno.
Mentre pensava al calore del fuoco domestico le sembrò di udire in lontananza
un miagolio. Incuriosita si arrestò. Miagolava disperatamente ed in
continuazione; sembrava cercasse qualcuno che lo potesse accudire ma c'era solo
il mese di febbraio ad occuparsi di lui. Decise di soccorrerlo, non sapendo
ancora che questa decisione avrebbe cambiato la sua vita. Rintracciò il gattino
in prossimità della casa dei padroni. La sua presenza lo innervosì, graffiava
e soffiava. Cercò di afferrarlo più volte e finalmente quando vi riuscì,
vide, attraverso la luce che la casa emanava. che era nero. Un gatto da strega,
l'emissario del diavolo, il depositario dei più occulti segreti.
"Buona sera signorina."
Si riprese subito dallo spavento mentre il gattino cadde a terra. Ancora agitata
spiegò velocemente la situazione a Mrs. Richardson e soprattutto che il gattino
era nero. Mrs. Richardson scoppiò in una fragorosa risata. Non credeva
assolutamente a quelle vecchie superstizioni sui gatti neri, anzi nerissimi,
come lo era questo. Le parlò invece della dea egizia Bastet che presiedeva gli
altari, e del gatto egizio Mau che si era ricoperto di gloria ed onori come il
più efficace ammazzatopi del regno conquistandosi il cuore delle famiglie,
indipendentemente dal colore del suo manto.
Non capì molto di quello di cui Mrs. Richardson stava parlando, non aveva mai
sentito quei nomi e quei luoghi. Era semplicemente intimorita dalla sua
presenza. Salutò frettolosamente Mrs. Richardson e corse a casa. Quella notte
non poté fare a meno di pensare a lei. Non era molto giovane ma era bellissima.
I capelli canuti raccolti, i lobi splendenti e gli occhi color del mare di cui
tanto Helen aveva sentito parlare ma che non aveva mai visto. Parlavano in modo
molto diverso l'una dall'altra, le parole di Mrs. Richardson e la sua voce erano
sinonimo di calma e saggezza, di chi conosce il mondo, di chi ha visto il
mare... di chi sa.
Era rimasta vedova da poco e pensarla tutta sola in quell'enorme casa, anche se
lei era la padrona, intristiva il cuore di Helen. Com'era vuota e silenziosa la
fabbrica nonostante il rumore dei telai. Non c'era nulla là dentro che Helen
già non conoscesse. Le sue compagne, solitamente usando il dialetto locale,
parlavano solo di salario, fidanzati, figli e mariti ed erano felici solo il
ventisette del mese; le caposala invece sembravano felici anche gli altri giorni
perché potevano impartire ordini ed alzare la voce.
Nessuno mai raccontava del mondo, di quanto era grande, da quante cose era
composto: popoli, nazioni... Una sola volta si parlò del mondo esterno, era
l'aprile dell'anno precedente. Una nave vasta quasi come una città, più estesa
di dieci fabbriche affondò a causa di un blocco di ghiaccio. Sarebbe stato
bello morire viaggiando piuttosto che vivere e morire li dentro. Aveva sentito
dire che il disco del sole sopra il mare era molto più imponente di quello che
vedevano qui dalla terra ferma.
Lo stupore fu indescrivibile quando il padre di Helen la informò che Mrs.
Richardson, la padrona, voleva vederla e desiderava che una volta al giorno si
recasse a casa sua per nutrire quel micino nero. Nella sua meravigliosa dimora,
Mrs. Richardson le disse che si trattava di una micia e che la prima cosa da
fare era trovarle un nome. Era un'impresa difficile; un gatto, secondo Mrs.
Richardson, e lei di gatti se ne intendeva, doveva avere tre nomi diversi.
Innanzitutto un nome che potesse venire utilizzato in ogni momento e
circostanza. che fosse particolare e dignitoso, motivo d'orgoglio per il gatto
stesso. Indubbiamente le peculiarità della micia erano il suo colore nero e la
sua regalità e quale nome, se non "Perla", come una perla
nera, poteva essere più appropriato? Il secondo nome, quello di famiglia, che
poteva essere usato ogni giorno, fu "Bel Micio"; infine il
terzo nome che la ricerca umana non avrebbe mai potuto scovare e che solo il
micio conosceva. Bel Micio cresceva sana e prosperosa sotto le cure di Helen, ma
senza rendersene conto anch'essa cresceva grazie a Mrs. Rìchardson. Infatti,
non molto tempo più tardi mentre Helen giocherellava con la micia, Margareth,
(così ora Mrs. Richardson voleva essere chiamata) estrasse un grosso volume
dalla sua biblioteca personale. Da quelle pagine un po' impolverate e dalla voce
di Margareth, Helen udì le più belle ed emozionanti parole che mai ebbe modo
di ascoltare altrove...
“Lei giocava con la sua gatta e che meraviglia era vedere la bianca mano la
bianca zampa trastullarsi nell'ombra della sera! Lei nascondeva - la scellerata
- sotto, i guanti di filo nero le micidiali unghie d’agata taglienti e chiare
come un rasoio. Anche l'altra faceva la smorfiosa e ritraeva i suoi artigli
d'acciaio ma il diavolo non ci perdeva nulla...” (Le duellanti - Paul
Verlaine).
Guardò Margareth attonita, mentre, continuando a parlare, narrava del disagio
degli scrittori nei confronti della società di massa, del malessere di fronte
ad un' Europa sempre più irrigidita da nazionalismi esasperati e travagliata
dalle lotte sociali, in cui la borghesia assumeva il ruolo di classe
conservatrice di fronte ad una società sempre più industrializzata e
spersonalizzata.
Mentalmente Helen vide l'immagine della sua fabbrica, dei telai, delle sue
compagne, l'angoscia quotidiana di una vita anonima uniformata secondo modelli
generali svincolata dalle consuetudini della vita rurale. Una vita senza
protagonisti. Verlaine e gli altri avvertivano questo senso di disorientamento e
l'esprimevano attraverso i sublimi versi della loro poesia: non si sentiva più
sola. Margareth la tolse definitivamente dalla fabbrica, ora viveva con lei. In
cambio di piccoli lavori domestici percepiva un salario pari a quello del lavoro
dì tessitrice che consegnava interamente alla sua famiglia e così nessuno ebbe
da ridire su questa anomala situazione.
Bel Micio era ormai diventata una signora gatta. Pelosissima e con gli occhi
gialli, tondi e splendenti come il sole, quel sole che si staglia sopra gli
uomini e irradia loro la vita. Aveva il potere di rallegrare Helen ma
soprattutto di rallegrare Margareth sia quando apriva la porta semichiusa e
accorreva verso la sua ciotolina di cibo, sia quando la seguiva con aria curiosa
per le stanze di casa strusciandosi ai suoi piedi e dichiarando al mondo intero
che era sua. Nelle lunghe notti invernali, quasi leggendo i reconditi pensieri
di Margareth, Bel Micio le saliva sulle ginocchia, incuneata con la coda
all'ingiù e con un profondo sottofondo sonoro cercava la mano amica che potesse
accarezzarlo sotto la massa pelosa strappando così la mente di Margareth dal
passato, dalla dileguata gioventù o dal perduto marito. Era evidente che Bel
Micio non era l'emissario del diavolo o una dea incarnata ma semplicemente una
creature terrestre, riflesso di un'eterna adolescenza, di un'infanzia infinita,
di un'esistenza interminabile. Dolce inganno d'eternità dove la natura appare
nella sua onnipotente staticità come un congegno perfetto in sé che per
autoperpetuarsi necessariamente e determinatisticamente genera e distrugge tutto
ciò che ad essa appartiene secondo una concatenazione razionalmente
verificabile i cui estremi sono rappresentati dalla morte e dalla vita. Nel
gelido viaggio esistenziale dell'uomo verso una meta conclusiva dove il fine e
la fine nichilisticamente coincidono Bel Micio ed i suoi compagni Helen ed il
resto dell'umanità si accompagnavano e si incoraggiavano a vicenda. Era vicino
ai suoi gatti randagi. Si strusciavano miagolanti alle sue caviglie. Sentiva il
caldo tepore dei loro corpi e sembrò di percepire il battito timido ed ardito
dei loro cuori.
Riempì sino all'orlo le ciotole.
Scese il primo fiocco di neve.
Michela Pezzotta
Tornare ad aprirsi
alla vita
e ritrovare la forza di vivere
dopo l’esperienza di un grande dolore.
Resurrezione
(dedicata in rilettura a Nedo)
Erano
risa di bimbi
nella sera
poi vento sferzato
nella notte.
Ai bagliori dell'irrotto
sgomento
uomini alzavano
muri bianchi
di silenzio.
Qualcuno disse
basta.
Ripresero pulcini a sgusciarsi
occhi nuovi ad aprirsi.
Il Tempo semina
ormai
gesti di vita
Augusto Arizzi
La mamma morente
La mano ti stringe
per accompagnarti, madre,
nell'ultimo viaggio,
oltre la siepe della vita.
Una lacrima tua
raccolgo.
Il tuo dolore
scalfisce il mio cuore.
Inerme mi sento
davanti alla forza
che alla vita ti strappa.
E’ giunto il momento
del passo fatale.
Sorbirti vorrei
il dolore e te stessa,
perché men duro
il trapasso ti sia.
Elisabetta Antonangeli
La rinascita
Giovanni era sempre vissuto in città, in un casermone che di
fronte aveva un altro casermone ancora più alto e largo. Di alberi, in quella
zona della città, nemmeno a parlarne. Chi aveva la fortuna di abitare gli
ultimi piani dell'enorme caseggiato ne scorgeva in lontananza un filare che
probabilmente costeggiava un fiume. Ma, così lontane, quelle piante potevano
benissimo essere un miraggio.
Giovanni passava a casa sua anche le ferie che gli concedeva la grande fabbrica
in cui lavorava. Aveva sentito dire che in altre zone, su verso le montagne si
poteva ammirare e gustare il verde, nei suoi colori e nella sua frescura, ma per
lui erano immagini astruse, non traducibili in rappresentazioni concrete. 1 suoi
anni passarono così tra il cemento. Giovanni invecchiava e i suoi ricordi, le
sue aspirazioni si annichilivano via via.
Venne il giorno della pensione. Giovanni non aveva parenti e fu quindi libero di
organizzare la propria vecchiaia come meglio credeva. Puntò diritto su un
villaggio di montagna. La natura intorno era in piena esplosione: i prati lucidi
di rugiada, gli alberi di un verde chiaro, i ciliegi in fiore; gli armenti
pascolavano liberi e mansueti al bordo del bosco; gli uccelli cinguettavano
mille concerti, a seconda della specie. Gli anni cominciavano tuttavia a
pesargli. La fabbrica gli aveva rovinato i polmoni e, quando saliva nei boschi,
ansimava più del normale.
La voglia di ricominciare a vivere gli diede tuttavia nuovo slancio, il
desiderio di scoprire tutto quel mondo fin lì ignorato.
Un giorno salì attraverso il grande bosco dove camosci, stambecchi ed aquile
dominavano incontrastati ed indisturbati dall'uomo. Seduto su uno sperone di
roccia, mentre osservava le evoluzioni in volo di una grande aquila, Giovanni
ebbe una folgorazione. Guardò verso il cielo e disse ad alta voce: “Mio
Dio, se mi concedi la grazia di ritornare giovane, io resterò sempre su queste
montagne a prendermi cura di tutto quanto mi circonda: animali, alberi, prati,
nubi chiare e nubi scure, temporali e sereni azzurri”.
Giovanni non era certamente un ateo, ma non era nemmeno un credente.
Inaspettatamente, Dio lo ascoltò. Giovanni ridivenne il giovanotto bello e
gagliardo che era stato in gioventù. Si guardò le mani, prima grinzose,
ritornate forti e colorite; tirò su i pantaloni fino al ginocchio e vide -
rivide anzi - i muscoli della giovinezza. Si alzò in piedi, si stiracchiò
torcendo le braccia alzate ben dietro la schiena, giusto come chi si risveglia
da un lungo sonno. Grugnì un po' selvaggiamente di soddisfazione e si diresse
verso il bosco. Il vecchio bastone da montagna di cui si era servito per salire
fin lassù era diventato piccolo, inutile.
A poco a poco imparò ad attirare a sé i camosci prima paurosi; dapprima
ingannandoli con finte prede, riuscì a far posare le aquile sul proprio
braccio; fece in modo di tener lontani i cacciatori con argomentazioni
apparentemente puerili ma piene di buon senso.
La natura tutta intorno parve divenire ancor più bella grazie a all'opera di
Giovanni.
Siccome la voce del suo positivo influsso sulla natura circostante si era sparsa
nei dintorni, gruppi di famiglie e di bambini salivano fin lassù per osservare
come viveva quel “vecchio” giovane.
Passavano gli anni, ma Giovanni non invecchiava.
Le nuove generazioni persero contatto con I"ex-operaio e questi finì per
essere dimenticato lassù.
Rimangono, a ricordo di Giovanni, i camosci e gli stambecchi, le aquile e gli
agnelli su una montagna meravigliosa, circondata da un bosco sempreverde.
Augusto Arizzi
Lettera ad un compagno di viaggio
Amore mio,
il confine tra la vita e la morte, che nello scorrere dei
giorni e delle occupazioni è muraglia altissima e impenetrabile, a certe
svolte, in certi attimi si fa sottile carta velina, quasi ombra che cela una
soglia.
Entrarci è semplicissimo, un corto circuito, ma poi enorme è l'angoscia che ti
attanaglia al pensiero che sarebbe stato altrettanto facile non tornare.
Più volte, mentre attendevamo la nascita del nostro piccolo, ho chiesto a Dio
di poterlo crescere, nella consapevolezza che tanto frettolosamente la morte ci
aggredisce, che così fragili siamo proprio quando ci crediamo eterni e
generiamo nuova vita. L'antica lacerazione della mia giovane madre perduta è
sempre lì, da qualche parte, in fondo a me.
E quella mattina, quando gli occhi si sono riaperti sul buio e il respiro,
contratto, ha percorso ancora le vene, in mezzo alle lamiere e al bisogno di
gridare, mi sono ricordata di ciò che Gli avevo domandato. Troppo grande è
stata la gioia di esserci, quasi folle nonostante il dolore come un tarlo in
ogni frammento del corpo, per calcolare il futuro, per disegnarmi cosa sarebbe
avvenuto e averne timore.
Poi quelle ore tra pronto soccorso e accertamenti, e tutte le cellule sempre
vigili, vibranti ad urlarmi che ero lucida, cosciente, che la mia mente era
ancora una cosa sola con il fascio dei miei nervi e delle mie ossa. Insieme,
cresceva dentro la solitudine, una paura sorda e senza nome, la sensazione di
essere un brandello di legno in balia della corrente...
Come chi procede a tentoni in un percorso sconosciuto e all'improvviso sbuca nel
luogo che cercava, ho avvertito tutta la forza di ciò che non ha peso: il tuo
sorriso intravisto in quel baluginio di contorni confusi, sfuocati, che talvolta
la realtà diviene. Come un bambino mi sono aggrappata alla tua mano,
ritrovandoti dopo un lunghissimo viaggio, dopo una lunghissima nostalgia di te
e, finalmente, ho pianto.
Strana cosa, le lacrime, anch'esse un miracolo. Ognuna di esse una goccia, in
sé piccola perfezione che si offre alla luce e ne è trafitta, minuta perla che
si frange all'attrito delle gote ed inizia, in metamorfosi, il lento rotolio
impercettibile, inarrestabile ... Un viaggio breve, il suo, lungo il tratto già
segnato da antiche compagne, identiche sorelle: trascinare senza rumore il peso
dell'umano dolore e identificarlo alla propria impalpabile leggerezza.
Nel buio dell'auto capovolta il tuo volto si polverizzava in migliaia di schegge
che non sapevo riordinare: ora era lì di nuovo, nella certezza di ciò che non
muta. Dalle tue parole era dolcemente ricomposto il nostro vivere accanto, la
presenza del nostro tesoro, la promessa fatta insieme, i giorni che dovranno
venire.
Mi è stata concessa un'altra possibilità, forse c'è ancora molto da
costruire: di certo, al momento, c 'è una donna da rimettere in piedi, un bimbo
su cui vegliare e il tempo per attendere pazientemente. E nel tempo, il silenzio
per pregare.
Cristina Cortinovis
All’interno della screpolatura
Sgocciolava.
Mi sgocciolava e cadendo nel fiume si allontanava da me per
migliaia di chilometri; era una parte di me, forse il cervello o l'anima o che
ne so... Da Eraclito in poi, il segreto fu sempre lo stesso: il fiume della
vita, in cui si entra e non si entra poiché non rimarrà traccia alcuna del
nostro faticoso o danzante passare, se non nella memoria di chi si guarderà
bene dal non stravolgere tutta la “verità”, per nostro vantaggio o suo o di
chissachì e per chissà quali motivi e Diosacome. La serenità necessaria per
osservare il caos (senza inorridire) e i curiosi e diversi orologi che segnano
il ritmo del moto frenetico del divenire, che si fronteggiano e combattono senza
nemmeno saperlo, se ne stà racchiusa in un bicchiere di vino, ottimo
antidepressivo ma con conseguenze epatiche micidiali.
Tra pelle d'oca e sudori freddi, ho imparato ad amare il dolore perché mi fa
sentire vivo, anche se può essere illusorio e fugace, mi accontento. Tutto è
emulazione: obbligatorio credere ciecamente in qualcosa o qualcuno che valorizzi
e sopravvaluti le nostre passioni. L’anima si trasforma in fotocopia
poliedrica e multiforme di altre più nobili o ritenute tali. Cosa sappiamo, in
verità di ciò che si nasconde nella pancia del vulcano? Ciò che non si mostra
in fuoco, luce e orrore non ha forza per attaccare la nostra attenzione e muore,
nel limbo della dimenticanza.
Riflettendo a lungo mi colpi la frase: “Demone a ciascuno è il suo modo di
essere “ e giunsi alla conclusione che solo i più ottusi sono contenti di
sé, perché si sono seduti ed hanno smesso di cercare. Quanta saggezza c'è
nella prudenza, così come nella morte, che è una cosa certa, definita e
circoscrivibile. Ma agli estremi antipodi è la vita: incerta, imprudente, come
ladra impudica lei allunga le mani, ovunque scappi prima o poi te la ritrovi di
fronte. Tanto vale allora andarle incontro, sereni, con sorrisi beffardi e
lacrime di soddisfazione. Sempre. O se si può. Volendo ...
“Il tempo passato non è migliore del tempo presente, o del tempo che verrà”.
E' solo la consapevolezza del fatto che non ritornerà, a permetterci di dare
disposizioni alla nostra memoria, affinché possa dipingerlo, con i colori
lucenti della nostalgia. Con questo pensiero in testa, sono tornato, con piccoli
passi verso il primitivo alambicco, in perenne fermentazione in cui avevo
riversato ogni mio malriuscito amalgama. Sono milioni i riverberi, barbagli
fluorescenti che mi sorridono stuzzichevoli dal profondo crogiuolo, dove riposa
(un garbato eufemismo) in attesa di miglior utilizzo, quella stomachevole
nutella che ho ribattezzato De Futilitate Aesistentiae.
Cosa c'è ? Un’immagine si compone, lenta ma nitida, come un puzzle ripulito
dalla polvere del tempo che il mio inconscio, si ostina a tener spazzata.
Un bambino che resterà tale anche oltre i suoi undici anni, scende le scale di
casa e osserva le impronte dei suoi stivali di gomma, nella neve fresca. Entra
nella bottega di suo padre falegname, si spoglia della giacca e si accinge a
riempire di trucioli un bidone di lamiera, posizionando un paletto al centro,
che poi verrà estratto quando i trucioli saranno pressati. Quando il contenuto
straripa dal bidone, il ragazzo sale a schiacciarlo con i piedi, ripetendo
l'atavico gesto dei pigiatori d'uva e poi aggiunge e schiaccia, fino a
confezionare una tozza sigaretta, che si consumerà dal cuore del suo centro,
non appena infilata in un altro cilindro di metallo, provvisto di coperchio e
tubo per lo scarico del fumo. Egli è totalmente ignaro, che questi suoi gesti,
meccanicamente ripetuti ogni mattina d'inverno, questa abilità, nel maneggiare
energia e calore saranno materia di studio, un'introspezione infantile per
scoprire le cause della nevrosi in età adulta. La sua neonata identità poggia
ancora su basi solide, egli non ha ancora attraversato il burrascoso e impervio
stadio di crisi chiamato adolescenza. L’immaturità gli permette di avere un
giudizio ottimista sulla vita.
Quello che mai mi sarei aspettato, dopo la globale esperienza del mio vissuto,
era che, ponendomi di fronte allo specchio del mio interrogarmi, si delineasse
semplice e disarmante, la soluzione ad ogni mia angoscia: l'istintiva
immediatezza emozionale infantile che andavo ricercando era, in assoluto,
l'atteggiamento più saggio e razionale che esiste, dove perfino la volontà di
potenza trova la sua giusta collocazione. Arrivato alla conclusione che la via
migliore è, seguire questo istinto, mi accorgo che anche la miglior scelta
individuale nella società in cui viviamo, (con il suo bravo immaginario
collettivo ricco di contraddizioni corre dei seri pericoli e deve essere dunque
affrontata con coraggio.
Buona fortuna agli impavidi. O ai pazzi; il confine è cosi sottile ...
Sandro Berzi-Cuni
“Diario di un viaggio per la speranza”
Missione Arcobaleno
Mi sembra necessario dare una breve spiegazione del senso che ho attribuito alla traccia della rassegna letteraria, onde non sembrare fuori argomento. Ho interpretato il grande dolore non solo come esperienza privata, personale, ma anche come esperienza collettiva, nello specifico dell’intero popolo serbo e kosovaro dopo l’esperienza della guerra, che dal mio punto di vista può essere definita il “grande dolore” per antonomasia. Ho cercato di trarne dei motivi di riflessione e di maturazione, che mi hanno portato a comprendere la relatività della mia vita e dei miei problemi. Ho “visto la luce” nel desiderio di vita di questa gente ed è stata una lezione costruttiva anche per me alla fine della mia esperienza di volontariato.
Nel maggio del ’99 ho partecipato come volontaria alla missione Arcobaleno insieme a molti altri colleghi. Non conosco con chiarezza i motivi profondi che mi hanno accompagnato in questa decisione: forse per fuggire dalla routine quotidiana e dalla banalità di una vita che mi sembrava sempre uguale, senza soddisfazioni e per ricercare un evento nella vita che lasciasse in me un’impronta significativa. Volevo fare qualcosa di importante per me stessa e per gli altri che mi facesse stare bene. Da qualche tempo ero alla ricerca di un’esperienza di volontariato all’estero, ma mi era difficile concordare l’aspetto economico con il mio desiderio di partire perché non avevo la possibilità d’autofinanziarmi. Poi in ospedale, dove lavoro come cuoca, ci avvisarono che il Ministero degli Interni reclutava personale qualificato, sanitario e logistico, che si recasse in Albania per svolgere il proprio lavoro. Avevo risolto il mio problema, e ho preso una decisione immediata: sono stata precettata venerdì 14 maggio ’99 e sabato 15 sono partita. La situazione in cui si trovava l’Albania in quel momento mi faceva un po’ paura, ma rendermi utile per chi stava soffrendo era l’unica cosa che mi premeva e, per la prima volta, ho sentito di avere uno scopo davvero importante che mi ha permesso di uscire dal mio stato d’insoddisfazione. Collaborare con altri volontari per dare a queste persone un po’ di solidarietà umana, aiutare e senza presunzione, donare la speranza a gente che oltre a vivere in stato d’indigenza, aveva perso davvero tutto ed era costantemente in pericolo di vita. Mia madre non era completamente entusiasta di questa scelta, temendo per la mia incolumità, ma alla fine accettò la mia decisione con la promessa di farle avere notizie attraverso la Protezione Civile ogni qualvolta mi fosse stato possibile. Ero già a conoscenza della difficoltà di qualsiasi forma di collegamento con l’Italia, ma promisi per tranquillizzarla.
Diario
15-5 -99 Partenza: aeroporto militare III Reggimento
Aquila d’Orio al Serio alle 6.30, con un autobus diretto a Brindisi. Siamo 43
civili. Destinazione: campo regioni di Valona. Il viaggio si prospetta da subito
molto lungo: almeno una giornata intera tra autobus e traghetto. Dopo tre tappe
in autostrada, arriviamo a Brindisi alle ore 19: 30. L’imbarco è previsto per
le 21: 30, ma restiamo bloccati in porto per una denuncia della Guardia di
Finanza ad alcuni contrabbandieri. Il traghetto Tirana, che ci doveva portare
dall’altro lato dell’Adriatico ha sbarcato cinque automezzi in più rispetto
a quelli dichiarati. Così partiamo dopo mezzanotte e siamo tutti sconvolti
dalla stanchezza! La cabina è “zozza” e le brande piene di pidocchi.
Dormiamo sul ponte? No, fa troppo freddo! Betty ed io, scendiamo in cabina e
distrutte ci accucciamo vestite sulle brande, dopo aver accuratamente disteso la
giacca a vento fornitaci dalla Protezione Civile. Non dormo tutta notte pensando
a ciò che mi aspetta!
16-5-99 Attracco a Valona alle 9.30. Siamo fermi già da due ore davanti
alla costa albanese, ma non possiamo sbarcare in porto perché non è aperta la
dogana. Due “colleghi” del turno precedente ci aspettano ansiosamente con un
pulmino da trenta posti ed alcune auto. In 36 saliamo sul pulmino stipato, con i
bagagli di tutti, gli altri ci seguono in macchina. Finalmente arriviamo all’ospedale
del campo! Solo cinque minuti per le consegne, perché siamo in abbondante
ritardo sui programmi e i colleghi del turno precedente sarebbero già dovuti
partire. C’è confusione e mentre caricano i bagagli sul pulman, c’informano
dell’ennesimo gommone schiantatosi nella notte sulle coste albanesi. La
maggior parte delle persone a bordo ha riportato lievi traumi, qualcuno è stato
operato d’urgenza e purtroppo ci sono stati anche dei morti. L’impatto con
la situazione è stato doloroso ma non c’è tempo per pensarci, infatti,
ognuno di noi ha reagito impegnandosi subito nella mansione assegnatagli. Il mio
compito è cucinare per il personale e i degenti del Campo Ospedale, con l’aiuto
di Stefania e Betty, mentre Marco, l’altro cuoco, fa il pane. La cucina è ben
attrezzata, ha un forno donato dall’Associazione Panettieri di Bergamo. Le
forniture giungono dall’Italia: alimenti surgelati e freschi che dobbiamo
pulire e congelare subito perché appassiti per il viaggio. Per 15 giorni da
oggi, devo cucinare per un personale di 43 persone, due traduttrici kosovare e
un massimo di 20-25 degenti ospedalieri. Cucinare per gli italiani non mi
preoccupa, ma riscontrare i gusti dei degenti è più complesso. Finisco di
lavorare alle 15.00 e finalmente riesco a farmi la sospirata doccia! Poi un giro
per conoscere il campo. Il Campo ospedale è circondato da una rete metallica,
è al centro di una macrotendopoli suddivisa in aree con il nome delle regioni
italiane finanzianti, ognuna attrezzata con un’infermeria e un proprio
servizio mensa.
17-5-99 Per sbaglio mi chiamano alle 5,30 anziché alle 6,30. Sono stanca, ma senza svegliare gli altri preparo le colazioni. Poi a pranzo: pasta alla siciliana, cotechini alla brace, purè, budino. Oggi Marco è andato in città a cercare della carne: ha trovato due anteriori di vitellone e siamo rimasti in cucina a spolparlo fino alle 16,00. Ore 18,00 si ricomincia a lavorare per la cena: passato di verdura, uova e simmenthal con contorno di fagioli. Dopo cena andiamo in gruppo a fare un giro nei campi-regione: che desolazione, che miseria ! I bambini sembrano aver reagito bene al disagio in cui vivono, ci vengono in contro con mille sorrisi accontentandosi della semplice caramella; i pochi uomini e ragazzi sono invece più diffidenti. Dico pochi perché il campo regioni, oltre ai volontari, è abitato quasi esclusivamente da bambini, anziani e donne; i figli più grandicelli ed i mariti stanno combattendo nelle file dell’esercito di liberazione del Kosovo “UCK” o sono morti.
18-5-99 Con gli altri colleghi della cucina abbiamo concordato due turni, e a giorni alterni ci alzeremo in due alle 6.30 o alle 8.00. Questa mattina le dormiglione eravamo Betti ed io. Incominciamo a lavorare per preparare il pranzo: pennette al pesto e bocconcino con patate. Oggi ho avuto un’esperienza che mi ha toccato in modo molto profondo: ho preso in braccio un bambino di 11 mesi, nostro degente. Che sensazione, così magro, pensavo di romperlo. Dopo cena abbiamo partecipato alla riunione del personale per definire e discutere dell’andamento dell’ospedale da campo.
19-5-99 Levataccia alle 6.30, preparazione delle colazioni e poi il pranzo. Ore 15.00 non abbiamo nemmeno finito di pulire la cucina che… arrivano i rifornimenti. Sistemiamo tutto nei frizer, mezz’ora di riposo e si ricomincia: pasta e ceci, affettati misti. La sera ci rechiamo nelle “Marche” per aiutare ad organizzare una festa ai kosovari per la domenica successiva. L’organizzazione è scarsa, non so che risultati si avranno! Cerchiamo di impegnarci per alleviare il cuore ferito di queste persone e anche una piccola festa può riuscire a distrarli per qualche ora dalle gravi perdite, umane e materiali, che hanno affrontato negli ultimi tempi.
20-5-99 Dopo pranzo sono andata in “reparto” per rendermi conto di ciò che può essere più gradevole per i degenti, perché abbiamo qualche difficoltà nel riscontrare i loro gusti alimentari. Dalla breve ricerca è emerso che questa popolazione ha un’alimentazione molto semplice: verdura cruda, soprattutto cipolle e pomodori; patate lesse o brasate con carni bovine; tonno e uova sode. Durante la ricognizione incontro la “chirurga” cremasca con in braccio Castria, un bambino denutrito che ha circa 12 mesi e non pesa nemmeno 6 kg. L’ho portato in giro per circa un’ora e gli ho dato da mangiare. E’ un bambino tenerissimo! Alle ore 18,00 torno in cucina per preparare la cena: uauh pizza! A tarda sera con Betty, Stefy e Stella siamo andate nel campo Calabria a festeggiare il diciottesimo compleanno di una ragazza kosovara cantando e brindando con grappa albanese. Siamo andate a letto alle due leggermente euforiche.
21-5-99 Stamani nessuno mi ha svegliato! Mi sono alzata alle 9,00 completamente fusa e ho cominciato a preparare il pranzo: riso freddo, braciole e verdura mista fresca. La giornata è caldissima! Vado a fare un giro. Al crepuscolo, usando una scala appoggiata al container dei nostri bagni, ho raggiunto i serbatoi dell’acqua. Da qui si domina tutto il Campo-regioni. Per un attimo non ho respirato e mi ha raggelato un brivido: il cielo si stava oscurando e l’immagine che mi si dischiudeva davanti agli occhi mi ha richiamato alla mente un lager nazista. Avevo un nodo in gola e volevo piangere! Mi ricorderò questa scena per tutta la vita!
22-5-99 Oggi è arrivato il capo, dott. Lo Sapio: tutti sull’attenti! Si fermerà per due o tre giorni. L’incontro sembra essere andato bene. Gli ho fatto capire che so il fatto mio e sono una persona spigliata, infatti, mi ha soprannominato in senso benevolo “carogna”. A pranzo mangiamo lasagne, arrosto con patate e creme caramel. Nel pomeriggio, visitato il campo ospedale, si è interessato di sapere come ci siamo organizzati. La giornata procede bene e dopo cena, con il solito gruppo, andiamo nelle “Marche” perché ci hanno informato che la “famosa” festa si farà. Un insuccesso, si sono presentate pochissime persone e gli organizzatori sono stati poco fantasiosi.
23-5-99 I giorni sembrano passare senza che me n’accorga. Oggi sono triste e non so spiegarmene la ragione! Stando qui mi sono dimenticata di tutto e di tutti. La realtà della guerra qui è contingente, se ne vedono i traumi, i danni. Mi rendo conto che sto assistendo ad uno dei più grandi orrori umani! E’ la difficoltà di una convivenza pacifica tra etnie, religioni, culture diverse. Questo può essere l’esito della mancanza di una volontà di coabitazione e del desiderio di prevaricazione di un popolo sull’altro.
24-5-99 Oggi dopo il lavoro sono riuscita a vedere il famoso “Pellicano”, un campo profughi gestito dalla Caritas a pochi chilometri da noi. Il nostro psichiatra doveva visitare dei pazienti e mi ha chiesto di accompagnarlo: è stata un’esperienza allucinante e costruttiva allo stesso tempo. E’ un campo con quattro o cinque edifici malconci adibiti a camerate; in ognuno ci sono almeno 500 materassi per terra, uno attaccato all’altro. C’è un puzzo tremendo e una gran confusione: ogni nucleo familiare cerca di trovare un po’ di privacy sovrapponendo valige, borse, scatole ed altro. Fuori degli edifici le fognature sono a vista, ma in breve tempo saranno coperte, e un volontario ci ha raccontato che le prime docce erano state costruite da poco. Benché fossimo soltanto alla fine di maggio il caldo cominciava ad incalzare e bisognava impedire l’insorgere di epidemie. Un’altra struttura ospitava la “cucina” ( ?): due tavoli con pane e formaggio accatastati e due fuochi da campo con sopra enormi padelle. Come può vivere così tutta questa povera gente! Ho voglia di piangere! Ma in un attimo mi sono resa conto che non ero lì per compatire qualcuno e il mio “dovere” umano era reagire, confortare, aiutare e rassicurare queste persone. Ho conosciuto alcuni di loro ed anche se non parliamo la stessa lingua c’è molta intesa. Uno in particolare mi ha fatto vedere il suo quaderno: stava cercando d’imparare l’italiano e gentilmente mi ha chiesto un aiuto. E’ stato bello e importante per entrambi!
25-5-99 Oggi il capo se n’è andato. Mi ha fatto i
complimenti per il buon lavoro svolto ed anche per il “bel caratterino”.
Dopo pranzo è arrivato in cucina un volontario del campo Sicilia con due
anteriori di manzo, comprati al mercato albanese probabilmente. Questo ragazzo
che nella vita fa il macellaio, dopo averci aiutato a spolpare l’animale ci ha
insegnato un piatto tipico del suo paese: gli involtini alla messinese. Con lui
siamo rimasti in cucina sino alle 17.00. Finalmente nel campo hanno installato
delle cabine telefoniche e sono riuscita a telefonare a casa senza problemi. Ho
rassicurato la mia famiglia della mia incolumità e cercato di descrivere molto
brevemente dove mi trovavo.
Dopo la doccia serale, esco a fare il solito giro nei campi e mi fermo a
scambiare due parole nella “Calabria”. Ogni tanto ho dei flash su quello che
ho visto al “Pellicano”.
26-5-99 I giorni passano senza accorgermene ed il lavoro quasi è sempre quello! Il nostro responsabile c’informa che per la nostra incolumità, più nessuno potrà uscire dal Campo regioni. Infatti, è già qualche giorno che oltre la rete metallica sparano, forse per divertimento o addirittura per intimorirci.
27-5-99 Oggi è l’ottavo anniversario della scomparsa
della nonna Maria. Mi spiace non essere a casa con i miei in tale occasione. E’
sempre stata una guida per me e le mie sorelle e spero che mi possa essere
vicina anche qui. La giornata è afosa e noiosa. La sera siamo andati a salutare
gli amici della “Calabria” che tornano in Italia. Ci siamo scambiati gli
indirizzi e ci siamo ripromessi di risentirci.
28-5-99 Nel pomeriggio, nella nostra mensa, c’è stata la riunione dell’OSCE
(penso si scriva così), i medici senza frontiere ed altri organismi
internazionali, per parlare del futuro del nostro ospedale. Dopo cena siamo
andati col solito gruppo nel “Veneto”, dove i colleghi ci hanno offerto la
loro grappa detta anche “sgnapa”. Ciucca bestiale! Mi ha riportato in groppa
in ospedale Dino il nostro pediatra. Sono rimasta sveglia sino alle 3.00 a
smaltire la sbornia parlando con Villa, il responsabile del servizio logistico.
29-5-99 Oggi arriva il cambio turno. Ci siamo fasciati ed abbiamo indossato le cuffie anti pidocchi per giocare uno scherzo ai nuovi arrivati. Questi, infatti, appena scesi dal pullman hanno stentato ad avvicinarsi per paura di essere contagiati, poi hanno capito lo scherzo ed abbiamo fatto una bella risata. Insieme ai colleghi abbiamo preparato il pranzo e abbiamo dato loro le consegne. Ora sono libera! Ho fatto una breve passeggiata fino alla sbarra per scattare alcune foto, poi siamo andati tutti a vedere la partita di pallone che avevamo organizzato: italiani del nostro campo contro profughi del campo Calabria. Il risultato sembrava scontato, invece abbiamo perso 2-5 con gran felicità dei nostri amici profughi. Mi sento un po’ rattristata perché stiamo per ripartire, e mi mancheranno tutti. Preparo lo zaino, ho regalato delle magliette, dei calzoncini, l’accappatoio ed altre cose.
30-5-99 Dopo aver preparato ad ognuno dei sacchetti per il pranzo, salutiamo i colleghi e ci prepariamo a partire. All’ingresso dell’Ospedale c’erano alcuni amici kosovari venuti a salutarci, tra questi anche parenti di nostri degenti. Con il nodo in gola saliamo sul pullman che ci attendeva e partiamo per il porto di Valona. Oltre la sbarra ci aspettava la polizia italiana per scortarci.
Imbarco: ore 9.30 sul solito traghetto “sgangherato”.
Partenza: 11.45 destinazione Brindisi.
E’ una bella giornata e ne approfittiamo per prendere un po’ di sole sul ponte. Arriviamo in Italia alle 18.00. Ho avuto una sensazione buffissima vedendo dal ponte la mia terra, simile a quando dall’Italia varcavo il territorio svizzero. Tutto più pulito e ordinato; anche il porto di Brindisi che alla partenza mi sembrava così lurido, ora è più bello.
Sbarcati e passata la dogana, abbiamo preso l’autobus. Per prima cosa abbiamo accompagnato a casa lo psichiatra di Taranto, e vista l’occasione ci siamo fermati a mangiare il pesce al ristorante ”Assassino”. Il nome stesso era una promessa. Infatti, un po’ brilli alle 23.40 ripartiamo, con destinazione Bergamo.
I giorni successivi il mio rientro a casa sono stati
singolari. Ho riflettuto tutta questa esperienza in modo più completo, poiché
a mente fredda solitamente si riescono a comprendere meglio gli avvenimenti. Ho
costatato di essere diventata più realista di fronte ai problemi quotidiani,
sia personali sia altrui; meno attaccata alle cose materiali e più attenta alla
dimensione umana.
Sottolineo solo un rimpianto in questa esperienza: ero partita con l’intento
di fare, dare, aiutare, invece - e non sembri retorico - ho ricevuto più di
quanto ho dato. Questa gente mi ha insegnato che, nonostante tutta la sofferenza
subita non ci si deve arrendere, bisogna reagire a qualsiasi avversità e non
perdere mai la Speranza di un futuro migliore. I kosovari non si sono mai
lasciati sopraffare dalla guerra e hanno sempre manifestato il desiderio di
ritornare nella propria terra, ricostruire la propria casa e ricomporre le
proprie famiglie. Questo è dal mio punto di vista il vero significato di “ri..trovare
la luce”: è come una fede interiore in qualcosa di positivo che ti aiuta ad
andare avanti nonostante tutto.
Ferrari Viviana
Prologo
E venne la notte di luna piena,
la notte del risveglio.
Esplosero in silenzio
nel vortice della mente
meteore di sogni obnubilanti...
Come uno specchio di chiara luce
la mente brillava di luce serena.
Rosalba Martinelli
Autori
Sara Airoldi - Alzano Lombardo
Elisabetta Antonangeli - Alzano Lombardo
Augusto Arizzi - Alzano Lombardo
Natale Berbenni - Selvino
Sandro Berzi Cumi - Pradalunga
Giovanni Carrara - Albino
Cristina Cortinovis - Alzano Lombardo
Viviana Ferrari - Alzano Lombardo
Marco Gnecchi - Alzano Lombardo
Flavia Madaschi - Albino
Rosalba Martinelli - Bergamo
Michela Pezzotta - Nembro
Elena Virna - Nembro
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