Giuseppe Diotti

Benedizione di Isacco a Giacobbe

L’iconografia della Cappella del Rosario nella Basilica di San Martino è totalmente legata al tema mariano, dall’arco d’ingresso con i Misteri del Rosario del Ferrario fino all’Incoronazione di Maria dell’Orelli che orna la volta della cappella stessa. In altra occasione abbiamo già potuto presentare alcune di queste opere (dallo stupendo paliotto dell‘altare, opera giovanile di Andrea Fantoni, alle tele di Dell’Era e Appiani), oggi ci avviciniamo ad un dipinto il cui significato mariano appare a prima vista difficile da interpretare. Si tratta della Benedizione di Isacco a Giacobbe di Giuseppe Diotti, che si inserisce pienamente nel rinnovamento neoclassico dell’iconografia della Cappella del Rosario avvenuto tra fine Settecento e Ottocento. L’opera del Diotti, che dal 1811 al 1840 diresse e insegnò all’Accademia Carrara di Bergamo, fu infatti improntata ad un rigoroso classicismo, riletto attraverso un minuzioso studio del Cinquecento e del Seicento, che solo nella sua tarda produzione mostra una timida apertura al romanticismo.

L’ARTISTA

Il pittore nasce a Casalmaggiore nel 1779 e muore, sempre in questa località del cremonese, nel 1846. La sua formazione artistica ebbe luogo nella cittadina natale presso lo studio del figurista Paolo Araldi e dal 1794 proseguì presso l’Accademia di Parma sotto la guida di Gaetano Callani. Qui il giovane Diotti rimase fino al 1796, quando l’Accademia chiuse a causa dei disordini rivoluzionari, e Diotti fu costretto a rimpatriare.
Nel 1804 Giuseppe si recò a Milano e vinse un concorso volto ad assegnare una pensione di studio a Roma. Diotti rimase a Roma fino all’agosto del 1809, avendo occasione di studiare il grandioso patrimonio artistico della città e di venire a contatto con i rigorosi principi del Neoclassicismo.
Terminati i quattro anni di studio a Roma, Diotti tornò a Milano dove si immerse nell’ambiente artistico cittadino e si legò in particolar modo con Andrea Appiani, il quale lo segnalò per il prestigioso incarico di direttore e docente di pittura per l’Accademia di Bergamo, da non molto istituita. Trasferitosi a Bergamo nel 1811, vi rimase per trent’anni dedicandosi completamente alla duplice attività di artista e insegnante. In questo lungo periodo dipinse numerosi soggetti religiosi per chiese e oratori della provincia di Bergamo (tra queste spicca proprio l’opera per la basilica alzanese) e ricevette anche commissioni dal suo paese natio, tra cui una pala d’altare raffigurante la Madonna col Bambino, Santo Stefano e San Giovanni Battista per la Chiesa di Santo Stefano in Casalmaggiore. Tra gli affreschi realizzati vi sono quelli per il presbiterio del Duomo di Cremona e un ciclo mitologico per il Palazzo Mina-Bolzesi sempre a Cremona. Tra le tele di richiamo storico risalta il Giuramento di Pontida. mentre tra le opere a soggetto mitologico si segnala la tarda tela Antigone condannata a morte da Creonte che mostra il suo timido avvicinarsi alle nuove istanze romantiche.
Tra gli altri furono suoi allievi Enrico Scuri, Giuseppe Carsana, Francesco Coghetti, Pietro Racchetti, Giuseppe Rillosi e Giovanni Moriggia e soprattutto Giovanni Carnovali detto il Piccio e Giacomo Trecourt, ambedue operanti ad Alzano. Si tratta delle figure artistiche che indirizzeranno la pittura bergamasca dell’Ottocento.
Nel 1840, per problemi di salute, Diotti tornò a Casalmaggiore. Nel 1844 ebbe l’ambito riconoscimento di essere eletto socio dell’Accademia nazionale di San Luca.
La sua casa ospita oggi il Museo Diotti con il quale il nostro Museo ebbe occasione di collaborare in occasione del bicentenario della morte dell’artista. 

L’OPERA

La tela con la Benedizione di Isacco a Giacobbe fu commissionata al Diotti già nel 1828; tuttavia, dopo una serie di ripensamenti sul tema e una lunga fase preparatoria (studi e bozzetti sono conservati al museo di Cremona e all’Accademia Carrara di Bergamo), l’opera venne consegnata dal maestro solo nel 1837.
La scelta cromatica, dai toni “spenti”, ma fra loro ben armonizzati nel gioco dei complementari e la composizione semplice e nello stesso tempo subito “leggibile” e intensa, richiamano quegli ideali di precisa e pacata “illustrazione” che il maestro andava in quegli anni propugnando nel suo insegnamento accademico.

Il tema è tratto dal capitolo ventisettesimo del libro della Genesi e si riferisce all’episodio che vede il vecchio e ormai cieco Isacco benedire il figlio Giacobbe, avendolo scambiato per il primogenito Esaù. Ma leggiamo il racconto tratto dal teso biblico (Genesi 27, 8 – 23): “Ora, figlio mio, da’ retta a quel che ti ordino. Va’ subito al gregge e prendimi di là due bei capretti; io preparerò un piatto per tuo padre, secondo il suo gusto. Così tu lo porterai a tuo padre, che ne mangerà, perché ti benedica prima di morire”. Rispose Giacobbe a Rebecca, sua madre: “Sai bene che mio fratello Esaù è peloso, mentre io ho la pelle liscia. Forse mio padre mi toccherà e si accorgerà che mi prendo gioco di lui e attirerò sopra di me una maledizione invece di una benedizione”. Ma sua madre gli disse: “Ricada pure su di me la tua maledizione, figlio mio! Tu dammi retta e va’ a prendermi i capretti”. Allora egli andò a prenderli e li portò alla madre, così la madre ne fece un piatto secondo il gusto di suo padre. Rebecca prese i vestiti più belli del figlio maggiore, Esaù, che erano in casa presso di lei, e li fece indossare al figlio minore, Giacobbe; con le pelli dei capretti rivestì le sue braccia e la parte liscia del collo. Poi mise in mano a suo figlio Giacobbe il piatto e il pane che aveva preparato. Così egli venne dal padre e disse: “Padre mio”. Rispose: “Eccomi; chi sei tu, figlio Esaù, il tuo primogenito. Ho fatto come tu mi hai ordinato. Àlzati, dunque, siediti e mangia la mia selvaggina, perché tu mi benedica”. Isacco disse al figlio: “Come hai fatto presto a trovarla, figlio mio!”. Rispose: “Il Signore tuo Dio me l’ha fatta capitare davanti”. Ma Isacco gli disse: “Avvicinati e lascia che ti tocchi, figlio mio, per sapere se tu sei proprio il mio figlio Esaù o no”. Giacobbe si avvicinò a Isacco suo padre, il quale lo toccò e disse: “La voce è la voce di Giacobbe, ma le braccia sono le braccia di Esaù”. Così non lo riconobbe, perché le sue braccia erano pelose come le braccia di suo fratello Esaù, e lo benedisse”. 

IL SIGNIFICATO

Come sottolinea il testo Esaù è stato allontanato con un pretesto da Rebecca, moglie di Isacco, la quale, oltre a preparare il pasto al vecchio marito (tema qui accennato dal vaso posto sul tavolino all’estremità inferiore destra del quadro), ha anche provveduto a rivestire Giacobbe con le vesti del fratello ed a ricoprirgli collo e mani con pelle di capretto, per renderlo più simile all’irsuto Esaù. Se quest’ultimo elemento del racconto è solo accennato, è invece ben evidenziata la presenza di Rebecca, che, nel testo biblico, appare agire nell’ombra. Il tema della benedizione di Giacobbe è stato letto nella patristica come prefigurazione della sostituzione dell’Antica con la Nuova Alleanza, che avrà il suo compimento con l’avvento del Cristo. In quest’ottica la figura di Rebecca è evidenziata, per la sua intelligente capacità di scegliere secondo la volontà di Dio, come garante e tramite della venuta del Messia, come Foederis Arca, in questo preciso senso quindi appare prefigurazione di Maria.

a cura di Riccardo Panigada (Conservatore del Museo d’Arte Sacra San Martino)