Federico Ferrario

L’incontro di Davide con Betsabea e il piccolo Salomone

La tela di Federico Ferrario rappresentante L’incontro di Davide con Betsabea e il piccolo Salomone, oggi conservata al Museo d’Arte Sacra San Martino di Alzano Lombardo, appartiene al gruppo iniziale dei dipinti costituenti il prestigioso ciclo della Cappella del Rosario della Basilica di San Martino.

L’ARTISTA

Federico Ferrario nasce a Milano nel 1714. La sua formazione avviene nella bottega di Pietro Maggi, pittore dedito soprattutto all’affresco, di cui sposerà la figlia Margherita. Proprio a partire da queste esperienze giovanili anche Ferrario si specializzerà nella pittura murale a fresco.
Per aver maggior più possibilità di impiego in questo campo Federico si sposterà in numerose province lombarde. Lavorerà all’Abazia di Chiaravalle e al Sacro Monte di Orta, oltre che a Milano, Pavia, Cremona, Piacenza, ma soprattutto in terra bergamasca, in particolare dal 1760, iniziando una feconda collaborazione col quadraturista Bernardo Brignoli.
Tra le sue opere più significative, tutte a fresco, oltre ai Misteri del Rosario per la basilica alzanese, datati al 1764, le Storie di Sant’Alessandro per le Chiese di Sant’Alessandro in Colonna e Sant’Alessandro della Croce a Bergamo e quelle di San Domenico per l’omonima cappella nella Chiesa dei Santi Bartolomeo e Stefano a Bergamo, risalenti al 1780, ma anche le decorazioni laiche, tra gli altri, per i Palazzi Agliardi e Marenzi.
Il suo alunnato col Maggi lo ascrive alla scuola milanese e all’ambiente dell’Accademia Ambrosiana, tuttavia il suo stile pur mantenendo tratti conservatori, si fece gradualmente più libero e, in particolare negli anni trascorsi a Bergamo, spesso a contatto con la pittura degli Orelli, lo avvicinò agli stilemi dell’arte veneziana.
Nel 1790 fu nominato dell’Accademia Ambrosiana. Da questo momento non risulta essere più operativo. Federico Ferrario morirà nella sua casa a Milano il 27 marzo 1802.

L’OPERA

Le prime due tele vennero affidate a Raggi e Albrici nel 1767. Nel 1769 seguì l’incarico affidato a Francesco Capella. Sempre nello stesso anno venne commissionata anche la tela rappresentante L’incontro di Davide con Betsabea e il piccolo Salomone Ferrario.
In realtà è assai probabile, come si evince dall’analisi della scarsa documentazione relativa, che il primo incarico per questa tela risalisse al 1767 e fosse stato affidato a Gaspare Diziani. L’intero gruppo di dipinti sarebbe così stato affidato, per maggior unità stilistica, a pittori di ambito venezianeggiante.
Tuttavia il pittore bellunese morì nel mese di agosto (l’incarico iniziale risale al mese di marzo). Questo spiegherebbe anche la citazione del suo nome fra i quattro pittori che diedero inizio al ciclo della Cappella del Rosario da parte di Cesare Patelli nella sua importante opera su Alzano Lombardo. L’attribuzione al pittore veneto è ripresa nella catalogazione dell’opera stessa da parte della Sovrintendenza, 10 gennaio 1993 (che cita appunto Patelli come unica fonte). Dopo la morte del Diziani, col successivo contratto del 1769, la realizzazione della tela venne invece affidata a Federico Ferrario che proprio in quegli anni dipingeva a fresco i i quindici medaglioni rappresentanti i “Misteri del Rosario” dell’arco d’ingresso della cappella del Rosario.
Oggi l’attribuzione al Ferrario, già citato come autore del dipinto dal conte Francesco Maria Tassi che scrisse le sue Vite de’ pittori , scultori e architetti bergamaschi su ispirazione del Carrara, si può ritenere ormai certa, anche per motivi stilistici.

Nella monografia scritta da Don Giacinto Bassi nel 1822 si cita il dipinto del Ferrario e si ricorda la costituzione del primo ciclo di tele della Cappella. Proprio Don Bassi fece però trasferire l’opera di Federico Ferrario, all’epoca già in stato di forte deterioramento, nella navata della chiesa francescana di Santa Maria della Pace, sempre in Alzano Lombardo, chiesa che, dopo le soppressioni napoleoniche, era stata appena riaperta al culto, con la trasformazione del convento in ospedale. Dopo un lungo periodo di silenzio l’opera è segnalata da Angelo Pinetti, nel suo manoscritto del 1931, e risulta essere ancora collocata nella chiesa di Santa Maria della Pace.

Nella sua monografia sulla Basilica di Alzano Maggiore, pubblicata nel 1959, monsignor Cesare Patelli cita la tela e afferma che fosse presente nei locali della Fabbriceria.

Il dipinto appare caratterizzato da monumentali figure disposte lungo una gradinata in diagonale che accentua il senso di dinamismo e il dialogo serrato delle figure. Sul fondo un accenno di struttura architettonica sostituisce lo spazio aperto inizialmente pensato dal pittore milanese.
I colori appaiono accesi e brillanti, dominati dal contrato dei freddi azzurri e verdi con le tonalità calde della gamma degli aranci e dei rossi.

Federico Ferrario - L’incontro di Davide con Betsabea e il piccolo Salomone
Federico Ferrario - L’incontro di Davide con Betsabea e il piccolo Salomone

IL SIGNIFICATO

Il tema, ripreso dal Primo Libro dei Re, mostra infatti Betsabea che, avvertita dal profeta Natan, ricorda al vecchio re Davide il suo giuramento che Salomone sarebbe stato il suo erede al trono.
A quel punto Davide disse che avrebbe tenuto fede alla promessa fatta al Signore proclamando Salomone re. Sarà infatti attraverso la sua discendenza che come riportato nel Vangelo di Matteo si compirà la profezia di Isaia che configura Gesù come “germoglio dell’albero di Jesse”.
Nella tela di Ferrario, il re Davide appare vecchio, con la barba ormai bianca, è seduto sul trono, alla sommità di tre gradini. Presso di lui la corona e l’arpa La mano destra del re è aperta e tesa in avanti, mentre il suo sguardo è volto a guardare Betsabea, che tiene il braccio destro in atteggiamento protettivo intorno alla schiena del piccolo Salomone.In primo piano, sotto i gradini, stanno due paggi. Sul fondo, seminascosti dal tendaggio del baldacchino, sono presenti due persone di difficile identificazione: un uomo anziano dalla barba lunga, che potrebbe essere il profeta Natan, ed una donna anziana, entrambi con il capo coperto come Ferrario prediligeva nella realizzazione delle sue figure. I due sembra stiano discutendo di ciò che accade davanti ai loro occhi.

Risulta poi particolarmente interessante il ruolo che assumono le mani dei protagonisti, tese a richiamarsi e ad indicarsi l’un l’altro. Questo gioco di mani e di sguardi risulta essere il fulcro visivo del dipinto, ma forse anche il centro simbolico dello stesso.

In primo piano, sotto i gradini, stanno due paggi. Sul fondo, seminascosti dal tendaggio del baldacchino, sono presenti due persone di difficile identificazione: un uomo anziano dalla barba lunga, che potrebbe essere il profeta Natan, ed una donna anziana, entrambi con il capo coperto come Ferrario prediligeva nella realizzazione delle sue figure. I due sembra stiano discutendo di ciò che accade davanti ai loro occhi. Risulta poi particolarmente interessante il ruolo che assumono le mani dei protagonisti, tese a richiamarsi e ad indicarsi l’un l’altro. Questo gioco di mani e di sguardi risulta essere il fulcro visivo del dipinto, ma forse anche il centro simbolico dello stesso. Se si osserva la mano destra di Davide tesa in avanti verso il figlio si può infatti osservare come risulta evidente nella posizione delle dita il richiamo all’antico gesto di benedizione in cui tre dita (pollice, indice e medio) raffigurano la Trinità e due dita (anulare e mignolo), piegate insieme, la doppia natura di Cristo.
Proprio questi richiami cristologici possono spiegare la scelta del tema che andava ad inserirsi nel contesto mariano dei dipinti della Cappella del Rosario. È infatti attraverso Betsabea che la discendenza di Davide, come già ricordato, porterà fino al Messia.

a cura di Riccardo Panigada (Conservatore del Museo d’Arte Sacra San Martino)